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Io me li ricordo quei tempi, non son passati così tanti anni eppure a volte sembra passata una vita.
L’urbanistica a San Vincenzo è sempre stata materia curiosa, talvolta anche coraggiosamente illogica.
Probabilmente in alcuni casi persino pericolosa.
Ci sono state sicuramente occasioni che nella storia di questo piccolo paese hanno fatto storcere il naso (si passi il termine).
Il velodromo di San Carlo, cattedrale nel deserto, opulento tentativo fallito di magnificienza e grandezza. Costruito e dimenticato, un desiderio sognato troppo in grande.
Il porto, il tanto lodato e decantato “volano dell’economia sanvincenzina” che doveva portare un turismo ricco e di qualità a San Vincenzo. Salvo poi isolarsi dietro a siepi sempre più spesse ed alte anche per nascondersi dal rumore della vita sanvincenzina, comunque sempre più repressa per evitare disturbi.
L’albergo di lusso a Rimigliano, una slavina innestata molti anni fa, ormai impossibile da fermare, ancora non arrivata ma che già si sente in lontananza col fischio nel vento e il rumore di alberi che si spezzano. Uno scempio di cui ci accorgeremo più avanti.
Ed è in questo scenario che si svolge tutta la questione dell’ex Faro, simbolo sanvincenzino che i più giovani (ma anche gli ormai 40enni come me) non hanno vissuto.
Perché questo ristorante ormai chiuso, abbandonato, seppur mai dimenticato dai sanvincenzini più attempati, ha rischiato di far parte di quel lungo elenco di scelte urbanistiche bizzarre che hanno segnato questo paese negli ultimi decenni, dato che avrebbe dovuto lasciare il suo posto ad una palazzina a più piani.
Una filosofia urbanistica curiosa, che nel tempo è andata sia a cancellare pezzi di storia sia a sacrificare l’ambiente. Una tattica rischiosa che poi, nel lungo periodo non ha dato però i risultati sperati.
La storia del Faro è emblematica e magari la tratterò più approfonditamente a parte, adesso che si è chiusa e che è stata definitivamente ordinata la demolizione del cantiere e il ripristino dei luoghi nella loro condizione originaria.
Ciò che rimane adesso, mentre le ruspe finiscono il loro lavoro, è la domanda su come sarebbe andata avanti quella gestione urbanistica, caparbiamente a testa bassa, senza mai riconoscere un proprio errore. Su quanto e come avrebbe stravolto il nostro territorio e la nostra storia.
E rimane poi anche la domanda che feci allora, da sbarbato, al ex Sindaco Biagi. Ovvero, se eliminiamo tutto ciò che è stata l’identità di San Vincenzo ne abbiamo una nuova su cui puntare?
Perché se miriamo ad un turismo diverso abbiamo qualcosa da offrire oltre al posto per dormire o dove parcheggiare la barca?
Se costruiamo case e palazzi abbiamo poi chi ci viene a soggiornare?
Ai tempi non seppero rispondere.
Figuriamoci se avessi chiesto se oltre ai turisti si pensasse anche a chi la casa la voleva per abitarci.

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